02 Ott La valigia in tutte le sue forme
LA PICCOLA STORIA DI UN OGGETTO
LA VALIGIA
IN TUTTE LE SUE FORME
Una valigia, chi non ne possiede una ? Dai bagagli dei Romani alle valigie di oggi, ormai connesse, ecco un oggetto del quotidiano colmo di storie!

Agli albori
Da quando l’uomo ha imparato a partire, ha imparato anche a raccogliere ciò che lascia e ciò che porta con sé. Nell’Impero romano, i legionari serravano i propri effetti in rozzi fardelli, pronti a marciare verso terre sconosciute. Per secoli, il viaggio non ebbe altra custodia che una bisaccia, un otre, una brocca di terracotta, un mantello arrotolato attorno al necessario. Tutto veniva stretto da una correggia di cuoio, che diventava maniglia,. E così, con un gesto semplice, il bagaglio era chiuso. La partenza poteva cominciare.
Non esisteva ancora il design, quando i primi oggetti nati per accompagnare il viaggio si chiamavano bauli. I Fenici li scolpivano nel cedro imputrescibile, legno che sfidava il tempo e l’umidità del mare. Nel Medioevo, il baule era il cuore della casa servendo da tavolo come da sedia…
Secoli dopo, nel 2007, la designer Inga Sempé ha ripreso quell’idea primordiale, immaginando una valigia capace di trasformarsi in mobile contenitore una volta giunta a destinazione.
E poi arrivò il XIX secolo. Con la propulsione a vapore, il mondo accelerò. Le distanze si accorciarono, ma i bagagli si moltiplicarono. Fu l’età d’oro del baule. Solidi, rivestiti, spesso magnificamente rifiniti, venivano affidati ad altri: issati sul tetto delle diligenze, caricati nelle cabine dei piroscafi. I viaggi duravano giorni, talvolta mesi.
Ancora oggi sopravvivono esemplari straordinari delle grandi maison come Louis Vuitton, Goyard e Moynat. Bauli d’eccezione: quello appartenuto allo zar Nicolas Alexandrovitch, quello dello studio di Arthur Conan Doyle… Fino a poco tempo fa si potevano ammirare al Museo del Bagaglio di Haguenau, in Alsazia: centinaia di pezzi, silenziosi testimoni di un’epoca in cui il viaggio era privilegio di pochi… Quella collezione straordinaria, nata dalla passione di Marie e Jean-Philippe Rolland, non è più esposta dal settembre 2025. Oggi resta una domanda sospesa: quei tesori troveranno un nuovo luogo in cui essere riaperti?
Il Baule
Oggi il baule non è davvero scomparso… Anche se è diventato più un oggetto di lusso che uno strumento del quotidiano. Ma non è perché il baule non è alla portata di tutte le tasche che non se ne debba parlare. E perché non sognarlo? Altrimenti, non parleremmo mai dei dipinti di Picasso, Van Gogh o Renoir!
Guardate piuttosto quanto siano meravigliosi questi bauli che si continuano a realizzare da Goyard, la più antica maison francese di pelletteria, fondata nel 1792. E naturalmente, anche da Louis Vuitton, che ogni anno produce su ordinazione diverse centinaia di pezzi. Questi oggetti di un altro tempo continuano comunque a nutrire sia l’immaginazione sia l’innovazione, come accade presso il Maestro Artigiano Ephtée, dove si inventano ogni tipo di baule: unici e straordinari. Bauli a complicazioni, piccoli, grandi, valigie, vanity case, cofanetti e valigette. «Scatole magiche», preferisce dire Franck Tressens, che nel 1998 ha creato questa piccola impresa il cui nome, foneticamente, riprende le iniziali del suo cognome, FT. Una “piccola” azienda che oggi detiene il marchio label des Entreprises du Patrimoins Vivant (EPV), a celebrazione dell’eccellenza dell’artigianato francese. Questo riconoscimento statale, attribuito per cinque anni e rilasciato sotto l’autorità del Ministero dell’Economia e delle Finanze, è destinato a tutte le aziende che possiedono un savoir-faire d’eccellenza, combinando tradizione e innovazione (institut-savoirfaire.fr/epv).
Fin da bambino, Franck Tressens nutriva una vera passione per le scatole, e, non avendo giocattoli, le fabbricava lui stesso. La sua prima creazione fu un cofanetto di cartone con cerniere, dove nascondeva i suoi tesori… Da allora continua a far sognare con il suo baule da scrivania, il baule da camera, o quello da picnic chic commissionato da Rolls Royce!
La Maison di famiglia Louis Vuitton
Situata ad Asnières, la Maison di famiglia ospita sia un laboratorio sia una galleria per presentare gli archivi della maison Louis Vuitton.
Vero cuore storico, la Maison di Asnières nasce come laboratorio, scelto per la sua posizione sulle rive della Senna, a nord-ovest di Parigi, che consentiva una consegna efficiente delle materie prime necessarie alla fabbricazione dei bauli. Ancora oggi, i suoni del savoir-faire animano questo luogo di passione e di memoria. Ispirata al baule piatto creato nel 1858 da Louis Vuitton, la Malle Courrier fu brevettata nel 1867. La prima versione, realizzata in legno di pioppo e rivestita in tela Gris Trianon, era al tempo stesso leggera e impermeabile. La sua forma innovativa, che ne facilitava la movimentazione, si adattava perfettamente all’epoca della rivoluzione dei trasporti. Il nome stesso richiama l’idea del “lungo raggio” e dei viaggi in treno o in nave che segnarono quell’epoca. La Malle Courrier incarna l’essenza del savoir-faire Louis Vuitton: la lozine, gli angoli metallici, i rivetti, la serratura, le fibbie, il malletage, i manici in pelle… dettagli che ne definiscono l’identità e che meritano di essere osservati con attenzione. Sul lato frontale, due listelli in faggio ne rafforzano la struttura. Basta immaginarla per sentire affiorare un autentico spirito di viaggio…
Dopo i bauli, le prime valigie
Per quanto riguarda il baule di tutti, a partire dagli anni Quaranta, esso scompare progressivamente, spodestato dalla valigia. Si viaggia più velocemente, in numero maggiore, e ciascuno deve arrangiarsi con il proprio bagaglio!Da qui l’ascesa della valigia, un contenitore che si può portare da soli, infilare nel vano bagagli di un treno o di un aereo, o collocare nel baule di un’auto.
Le prime valigie erano spesso in legno, ma soprattutto in tela o cartone, come la celebre valigia in cartone della cantante franco-portoghese
Linda de Suza. Per l’emigrato che parte alla ricerca della fortuna lontano da casa, la valigia è il bene più prezioso. Deve quindi essere solida e leggera, sufficientemente flessibile da adattarsi al contenuto, ma anche rigida per proteggerlo. Le valigie esposte nella sala dei bagagli del Museo dell’immigrazione a Ellis Island dans la baie de New York oppure al Museo dell’immigration a Parigi, ci mostrano che, oltre alla storia di donne e uomini che hanno lasciato il loro paese e la loro cultura, la storia della valigia è anche una questione di materiali.
Questo è quanto constatò Isaac Shwayder, polacco emigrato negli Stati Uniti. Era un droghiere e desiderava fabbricare bauli e valigie resistenti. Non per i viaggiatori ricchi, ma per chi sognava di diventarlo, affrontando l’avventura della corsa all’oro. Alla fine del XIX secolo, suo figlio Jesse Shwayder, aprì a Denver, in Colorado, una bottega di bagagli in legno, prima di fondare nel 1910 con i fratelli la Shwayder Trunk Manufacturing Company. Già negli anni Venti, l’azienda familiare produceva in serie valigie estremamente robuste, tanto da chiamarle “Samson”, in riferimento all’eroe biblico… Da qui, nel 1939, l’azienda assumerà il nome Samsonite.
È però nel 1937 che la valigia subisce il suo primo vero rinnovamento, a Colonia, in Germania. Un incendio distrugge l’intero stock della società di bagagli Rimowa, Paul Morszeck e Heinrich Görtz. La ditta, originariamente chiamata Görtz & Morszeck, sotto la guida di Paul Morszeck e poi del figlio Richard, diventerà il marchio RIMOWA, registrato al Reich Patent Office di Berlino.
Superata la catastrofe, Richard Morszeck si accorge che tutto è bruciato tranne le armature in alluminio usate per i rinforzi, rimaste intatte. Eureka! Non ci volle molto a immaginare una valigia costruita con l’alluminio degli scafi. Da allora, alluminio e nervature diventeranno il marchio distintivo della società tedesca, anche se oggi l’alluminio nervato del 1937 è sostituito dal policarbonato.
Negli anni Cinquanta-Sessanta le innovazioni si susseguono rapidamente. La prima valigia morbida in nylon con tasca esterna nasce nel 1956 nell’azienda familiare parigina fondata da Angèle e Alphonse Lancel nel 1876: si chiamava Kangourou.
Un flashback è d’obbligo.
Torniamo alla Belle Époque: nel 10° arrondissement di Parigi, al numero 20 del Passage des Petites Écuries, il marito e la moglie Lancel aprono un negozio di pipe, accessori per fumatori, articoli decorativi, regali artigianali, gioielli, porcellana e orologeria. Le donne si emancipano e fumano! Così nascono porta-sigarette chic e una serie di articoli di piccola pelletteria in cui riporre il necessario da fumo. Nacquero le prime borse Lancel. Pochi anni dopo, al 17 Boulevard Poissonnière, quartiere dei music-hall e dei teatri, tutte le donne di una certa Parigi, cortigiane, borghesi, cocottes, celebrità si precipitano ad acquistare l’ultimo modello. Il successo è tale che negli anni 1900 la maison apre una decina di punti vendita dai nomi esotici ed evocativi: Au Sphinx, Au Phénix, À l’Inénarrable, À l’Indomptable… Nascono borse con tasche segrete, porta-cigarette, pochette e borsette.
Angèle fa realizzare un’originale borsa con scomparti e tasche segrete. Suo figlio Albert trasforma l’impresa familiare in vera maison di pelletteria dal 1901 e la borsa viene allora posta al centro della strategia di sviluppo. Modelli lussuosi in lucertola, satin o vitello scamosciato diventano icone, celebrate in particolare da Salvador Dalí, Isabelle Adjani e Brigitte Bardot.
Il reparto bagagli nasce nel 1926, e l’atelier inventa la valigia Aviona e la Kangourou nel 1956.La maison celebra nel 2026 il suo 150° anniversario, pur essendo stata venduta al gruppo di lusso svizzero Richemont nel 1997
Le prime grandi innovazioni
Nel 1965 viene commercializzata da American Tourister la prima valigia stampata. Si apre così la strada ai moderni bagagli rigidi, capaci di resistere ai passaggi in stiva.
Ma l’innovazione più spettacolare è, naturalmente, la valigia con le ruote. Ci si chiede del resto come mai, 6000 anni dopo l’invenzione della ruota, nessuno ci avesse pensato prima. Sembra così evidente. Eppure bisognava trovarli, quei materiali al tempo stesso resistenti e leggeri, quegli assi mobili ma solidi, quei sistemi di giuntura, di maniglie dapprima fisse e poi flessibili…
Chi l’ha inventata, dunque? La paternità della valigia con le ruote resta ancora oggetto di discussione e illustra bene la guerra dei brevetti nella quale i produttori di bagagli si impegnarono allora. Sarebbe stato un certo Bernard Sadow ad averne avuto l’idea nel 1970, dopo aver visto in un aeroporto un addetto spingere un carrello a ruote. La catena newyorkese Macy’s l’avrebbe quindi commercializzata, ma il brevetto americano fu annullato dai concorrenti.
Ciò che si sa con certezza, invece, è che il marchio francese Delsey acquistò il brevetto del sistema di ruote retrattili e commercializzò nel 1972 la primissima valigia rigida con ruote, la Airstyle.
Se l’invenzione non convinse tutti all’epoca — a cominciare dagli uomini, che non trovavano molto virile trascinare una valigia e soprattutto si vedevano privati di una parte del loro potere sulle donne, le quali non avevano più bisogno del loro aiuto per portare la propria — la valigia con le ruote finì comunque per imporsi a tutti i viaggiatori, su quasi tutto il pianeta.
Diventò il simbolo dell’esplosione del trasporto aereo e del turismo di massa, esasperando gli abitanti di Venezia o Barcellona, che oggi non sopportano più di sentire rotolare questi trolley giorno e notte.
La valigia del futuro…
esta dunque da inventare la valigia che scorre senza fare rumore… E perché non quella che, al ritorno dalle vacanze, si svuota da sola e mette i vestiti in lavatrice?
Immaginare la valigia di domani: molti designer ci hanno lavorato e continuano a lavorarci.
Come Inga Sempé e la sua valigia-scaffale, un prototipo realizzato nel 2007 dal VIA, le French Design. Come Rodrigo Garcia Gonzalez, che ha ideato una valigia motorizzata e obbediente: segue il suo proprietario grazie al segnale Bluetooth del telefono e potrebbe persino salire le scale. Quanto a He Liangcai, inventore autodidatta, ha combinato una valigia con un monopattino elettrico per creare un bagaglio che si trasforma in scooter e viceversa.
La valigia avrà dunque attraversato tutte le trasformazioni della società e non avrà mai fatto tanto parte dei nostri oggetti quotidiani.
La valigia connessa…
E naturalmente, come si può immaginare, la valigia non sfugge al mondo connesso. Quasi tutti i marchi si sono lanciati in questa direzione. Alcuni esempi. Delsey si è inserita rapidamente nella corsa. Non solo il marchio francese ha inventato la dimensione variabile che consente ai viaggiatori di adeguarsi ai diktat delle compagnie aeree — si tolgono le ruote e, hop, il bagaglio passa da 55 cm a 50 cm — ma propone anche, con la linea Pluggage, il bagaglio “plus plus”, pensato per viaggiare davvero in modalità high tech, per chi lo desidera.
Un’applicazione geolocalizza la valigia, la blocca e la sblocca tramite impronta digitale. Senza dimenticare la bilancia integrata con memorizzazione delle pesate, la porta USB per collegare il proprio dispositivo alla batteria di emergenza personale, la protezione in gomma della porta e l’indicatore di peso — dunque di eventuale sovrappeso.
Fin dove arriverà la valigia? Il futuro lo dirà. Ma non ha ancora detto l’ultima parola.
Avete forse sentito parlare dell’ “oggetto volante non identificato” G-RO di Ken Hertz e Netta Shalgi, rispettivamente avvocato a Los Angeles e designer a Tel Aviv? In cosa consiste questa valigia-UFO? In ruote in polimero larghe quanto la borsa stessa, una stazione di ricarica con due porte USB, una tasca esterna per computer portatile con supporto per appoggiarlo, una serratura TSA, uno scomparto protetto in nylon balistico impermeabile e una maniglia extra-lunga.
Quanto a Jan Roosen e Stefan Holwe , hanno lanciato Tote, un marchio berlinese che presenta una collezione pienamente contemporanea con dotazioni tra le più avanzate: carrello scorrevole e robusto, adatto a tutti i terreni, ruote larghe e silenziose, orientabili a 360°, un assistente di viaggio sotto forma di scheda intelligente collegata allo smartphone (Android o Apple) che avverte il proprietario se la valigia si allontana oltre i 30 metri, e una batteria integrata per ricaricare vari dispositivi.
Per quanto riguarda Lancel, se la Kangourou, divenuta oggetto vintage, si vende nelle case d’asta, il marchio — che ha riaperto la sua storica boutique nel quartiere dell’Opéra parigina — brucia le tappe della modernità ancora più rapidamente dell’animale. Non si può fermare il progresso.
Ecco infatti l’ingresso nell’high tech con l’Explorer, dotata di tiretti con zip e bottoni a pressione, proposta in nylon balistico e in versione pelle, e munita del sistema E-lostbag, un dispositivo di localizzazione sicuro con chip RFID.
E l’ecologia, in tutto questo?
La valigia ci ha dunque offerto di tutto: solidità, flessibilità, impermeabilità, utilità, bellezza, creatività, design, eleganza, grande eleganza, high tech… Ma l’ecologia, in tutto questo?
Lo sapevate? Dei 400 milioni di modelli di valigie venduti nel mondo, l’84% di quelli danneggiati viene gettato. Già. E a ben pensarci, chi non ha buttato la propria perché si era rotta una ruota, perché la maniglia aveva ceduto, e così via?
Non abbiamo verificato queste cifre vertiginose. Sono riportate da Julien Ehret, che ha rilevato l’Alsacienne de maroquinerie, un’azienda fondata dal suo prozio nel 1961 a Molsheim. Per orientarsi verso un’eco-durabilità virtuosa, ha inizialmente tentato di sviluppare un sistema di noleggio, un progetto rimasto nel cassetto: l’idea di condividere una valigia non entusiasma davvero. Ognuno la propria! Ha quindi rivisto il progetto e immaginato una valigia eco-progettata e riparabile all’infinito. Con il suo concept Dot-Drops, la valigia è iper-resistente, quattro volte più solida di un modello classico, secondo Julien Ehret, e tutto fila liscio come su ruote !
È riparabile al 95%. Al momento dell’acquisto si riceve una sorta di “libretto sanitario” della valigia. In caso di problema, il marchio — le cui valigie si ispirano al rivestimento dei pavimenti aeroportuali ideato dal padre di Julien — invia gratuitamente per vent’anni i pezzi di ricambio. Sta poi al cliente effettuare la riparazione seguendo un tutorial video. Se il problema è più serio, l’atelier dell’azienda prende in carico il bagaglio e provvede anche al suo recupero per il riciclo a fine vita. Anche se non sarà per domani: l’avventura è iniziata solo nel 2022.
E non c’è nulla da eccepire neppure sul design e sull’estetica di questa nuova valigia eco-sostenibile. Nella bella gamma cromatica proposta — arancione, blu, bronzo, giallo, rosso — il modello classico è quello che vince sul piano del riciclo: è prodotto a partire dagli scarti della fabbricazione delle altre scocche. E quando sarà possibile trovare un partner industriale in grado di realizzare plasturgia e pelletteria in piccole quantità, le scocche e le cuciture della chiusura non saranno più prodotte in Cina. I viaggiatori potranno allora scegliere con decisione la via “verde”, con la soddisfazione di essere un po’ più virtuosi.
Quando la valigia ispira i creatori e diventa accessorio di moda o opera d’arte contemporanea?
Qui, ovviamente, le edizioni sono più che limitate. Ma valgono la pena di essere ammirate. Kim Jones, direttore artistico delle collezioni maschili Dior dal 2018 a gennaio 2025, e Virgil Abloh, direttore del prêt-à-porter maschile da Louis Vuitton, si sono cimentati in questa sfida. Il primo con bagagli della maison Rimowa ornati dal motivo “Oblique”, che riprende le lettere Dior su una valigia cabina. Il secondo, figlio di immigrati ghanesi, architetto di formazione, laureato in architettura all’Illinois Institute of Technology e in ingegneria civile all’Università del Wisconsin a Madison, è un creatore poliedrico considerato l’unico designer capace di conciliare lusso e strada… E ha immaginato per Off-White, il marchio che ha fondato nel 2013 a Milano, un modello in policarbonato traslucido. È certo che, se trascinate questo trolley in qualsiasi aeroporto del mondo, non passerete inosservati!
Un’altra idea di trasparenza: nel 2019, sempre per Rimowa, l’artista californiano Alex Israel, dipinge la scocca della sua valigia con sfumature di colore che imitano le tonalità del tramonto di Los Angeles. Anche se è stata presentata alla Fiera d’Arte Contemporanea Frieze di L.A., l’artista non considera questa valigia un’opera d’arte, ma un oggetto quotidiano collaborativo.
E in fatto di valigie, non avete ancora visto nulla se non avete visto l’americano Rick Owens quando decide di creare la sua valigia-cabina per il marchio Rimowa e la presenta il 23 gennaio, sulla passerella della sfilata autunno-inverno 2025-2026, il cui tema ruota interamente intorno al viaggio. Vale davvero la pena di vederla. Colui che dichiara di aver sempre voluto essere un eccentrico leggendario, un vero folle, sceglie allora la grande alleanza tra pelle e bronzo. Pelle interna per imitare la sensazione di un guanto, porta-etichetta in pelle di vacca, logo discreto, alluminio e finiture in bronzo a richiamare le opere di Serra o Brâncuși. Qui, “l’eccentrico” ci offre un assaggio del suo gusto per qualità e design, come aveva fatto per l’arredamento dell’ex hôtel particulier di Karl Lagerfeld.
Fino a dove arriverà la valigia?
Decisamente, la valigia non smette di ispirare i creatori. Anche il rapper americano Tyler, The Creator — che ha scelto un nome d’arte su misura per far risuonare tutte le corde che ha a disposizione, musicista, produttore, attore, designer, grafico, regista, sceneggiatore, stilista e direttore artistico — ha firmato una valigia che ha chiamato «International». Sotto il nome del marchio che ha creato, Golf Le Fleur, e con la complicità e l’eccellenza del savoir-faire francese del Maestro artigiano Franck Tressens e della sua maison Ephtée.
Non sappiamo se il rapper sia arrivato con essa al concerto parigino all’Accor Arena in primavera 2025; ma se avete visto sul nastro trasportatore dell’aeroporto di Roissy una valigia rosa pastello, dalle belle forme e materiali — legno, pelle e microfibra, angoli rinforzati in cuoio, spigoli in ottone massiccio dorato 24 carati — era sicuramente la sua.



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