13 Giu Le mille e una vite del tappeto
OGGEGTTI DEL BELL’ORDINARIO
Un tappeto, chi non ne ha uno? Viene quasi da pensare che il design sia sempre esistito!

SOMMARIO
- Episodio 1 – I tappeti “star”
- Episodio 2 – Quando i tappeti lasciano le terre dei nomadi
- Episodio 3 – Dagli anni ruggenti, il tappeto ritrova il suo prestigio – Le giovani del Bauhaus ed Eileen Gray
- Episodio 4 – Silenzio, si tesse alla manifatture dei gobelins
- Episodio 5 – Il tappeto, sempre al passo con Pierre Paulin, Élisabeth Garouste e Mattia Bonetti
- Episodio 4/1 – Silenzio, si tesse. Alla cooperativa di Chichaoua, in Marocco, e negli atelier di tintura in Francia
- Episodio 5/1 – Il tappeto, sempre al passo con i tempi: designer ispirati – I fratelli Bouroullec, François Mangeol e molti altri…
- Episodio 4/2 – Silenzio, si tesse alla manifattura di Moroges in Borgogna
- Episodio 6 – Novità
- Episodio 7 – Attualità del tappeto ai più alti livelli
- Episodio 4/3 – Silenzio, si tesse – nelle manifatture Tai Ping Carpets e Cogolin
- Episodio 8 – Tappeti strabilianti, texture contemporanee e innovazioni
L’uomo sembra infatti aver sempre cercato, secondo la propria epoca e la propria cultura, di costruire al meglio il proprio habitat, di renderlo sempre più confortevole, più accogliente, più pratico, più ingegnoso, più bello! Eh sì! Perché un tappeto, chi non ne ha uno?Non dimentichiamo che la bella Cleopatra si offrì a Cesare avvolta in un tappeto d’Oriente! Persino mia nonna, che viveva in una casa con il pavimento in terra battuta in Bretagna, ne aveva uno! E non è una storia di ieri. Molto lontano da noi, un proverbio iraniano afferma infatti: «La casa è dove il tappeto è steso».Antico quanto i primi indumenti dell’uomo, tanto utile quanto sacro, il tappeto è persiano, afghano, pakistano, baluci, turkmeno… Ma anche armeno, indiano, tibetano, turco e cinese. Proviene dal Caucaso, dal Turkestan orientale, dall’Europa e dal Nord Africa.

Presente in tutte le tribù nomadi della Via della Seta, il tappeto era allora realizzato in lana di pecora, più raramente in seta, mentre cotone e canapa venivano utilizzati per l’ordito e la trama. Svolgeva ogni genere di funzione: al tempo stesso tenda, rivestimento per il pavimento, materasso, coperta, tovaglia, sacca e divisorio.
L’arte di annodare i tappeti si sarebbe sviluppata nelle steppe dell’Asia centrale, quando i popoli nomadi, dovendo proteggersi dai grandi freddi dell’inverno, confezionavano tappeti per rivestire le loro yurte e le loro tende, ricoprendone anche il suolo. Oppure li vendevano nei mercati. Erano realizzati con la lana delle greggi e i loro colori provenivano dalle piante reperibili sul posto. I telai, costituiti da due pezzi di legno sui quali veniva teso l’ordito, erano facili da trasportare.Secondo alcuni archeologi, l’arte della tessitura potrebbe risalire agli inizi dell’addomesticamento della pecora, 8.000 anni prima della nostra era, mentre i primi telai risalirebbero al Neolitico!
Su, partiamo per un viaggio alla scoperta del tappeto, oggetto di design millenario!
Episodio 1
I tappeti “star”
IL TAPPETO DI PAZYRYK
Immaginate! Siamo nel 1950 e il Sovinformburo annuncia che due archeologi dell’URSS, Rudenko e Giaznov, hanno compiuto l’anno precedente una scoperta sorprendente: durante degli scavi nei monti Altaj, e più precisamente nella valle di Pazyryk, hanno rinvenuto il più antico tappeto annodato del mondo. Risalirebbe al V secolo a.C. e avrebbe quindi più di 2.500 anni!
Ancora oggi, al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, si cerca di decifrarne la storia e le storie che racconta… Perché, al di là della loro funzione, i tappeti parlano. Nelle forme geometriche e nei motivi decorativi si leggono i segni del cielo e della natura, così come le attività e le preoccupazioni della vita quotidiana.
Ed è ancora così nel XXI secolo, con i tappeti decorati da bombe ed elicotteri, tessuti dalle donne nomadi baluci in fuga dall’Afghanistan. Oppure con il tappeto di guerra realizzato dall’artista afghano Hadi Rahnaward utilizzando decine di migliaia di fiammiferi… pronti a incendiarsi, terribile metafora dei conflitti che costringono le popolazioni all’esilio e alla sofferenza. Un’opera che è stata esposta nel 2024 al Palais de Tokyo, nell’ambito della mostra Dislocations, che riuniva quindici artisti in esilio.
Ma torniamo al tappeto di Pazyryk. Decorava la tomba di un capo scita, appartenente a quel popolo di guerrieri che, a partire dall’VIII secolo a.C., attraversava le steppe a cavallo… Merita davvero il titolo di «ibernato» dei tappeti, perché è proprio grazie alla Signora Congelazione che è giunto fino a noi: rimasto per secoli intrappolato in un blocco di ghiaccio durante una terribile glaciazione.
Con i suoi 360.000 nodi, colpisce per la qualità della lavorazione, la densità dell’intreccio, la ricchezza dei disegni e dei colori. Misura ben 2 metri di lunghezza e 1,83 metri di larghezza. Osservatene attentamente i motivi: raccontano il lungo peregrinare del cavaliere delle steppe.
Museo dell’Ermitage, sulle rive della Neva, a San Pietroburgo.
Se vuoi mantenere uno stile molto vicino al francese originale, eviterei anche alcune piccole italianizzazioni (ad esempio tradurre «l’Hibernatus» du tapis con «l’Hibernatus» dei tappeti invece di «ibernato» dei tappeti).
IL TAPPETO DI ARDABIL
Lasciamo San Pietroburgo per Londra, per incontrare un altro tappeto “star”. In realtà sono due. Entrambi commissionati dallo scià Tahmasp per la moschea dello sceicco Safi nella città di Ardabil, in Iran, a 400 km da Teheran.
Realizzati nell’anno 846 del calendario musulmano, cioè nel 1539 d.C., avrebbero richiesto il lavoro assiduo di cinque tessitori per più di tre anni. Ma, dopo un terremoto nel 1873 che distrusse gran parte del mausoleo, i tappeti sarebbero stati venduti a un’impresa di Manchester per finanziare il restauro della moschea.
È allora che uno dei tappeti venne utilizzato per restaurare l’altro. Il tappeto restaurato è oggi esposto al Victoria and Albert Museum di Londra, mentre i frammenti del secondo si trovano al Los Angeles County Museum of Art.
V&A Museum Ardabil carpet
LACMA Ardabil carpets exhibition

I KILIM
Lasciamo il Gran Bazar di Istanbul e, dirigendoci verso Konya, nell’Anatolia centrale, ci ritroviamo nella terra dei kilim. E ancora una volta ci si chiede se il tessere non sia forse la più antica produzione artistica dell’umanità, la prima forma di scrittura.
Qui sembra ancora di sentire ciò che diceva il grande mistico sufi Djalal al-Din Rumi:
«Nelle cadenze della musica del tessere è nascosto un segreto e, se lo rivelassi, sconvolgerebbe il mondo.»
Per Elizabeth Wayland Barber:
«Il tessere è una delle prime tecnologie umane, spesso trascurata, ma fondamentalmente legata alla sopravvivenza e alla creazione di legami sociali. Le donne del Paleolitico, attraverso le loro mani e il loro sapere, hanno letteralmente plasmato il tessuto della vita.»
Women’s Work: The First 20,000 Years
L’origine del tessere potrebbe risalire all’epoca neolitica (10.200-2000 a.C.), quando gli esseri umani iniziarono a intrecciare erba, steli e rami per creare cesti e ripari. Questa fu la forma primitiva del tessere.
Elizabeth Wayland Barber colloca invece la prima fase della domesticazione delle fibre alla prima rappresentazione di un telaio su una ceramica dell’antico Egitto del 4400 a.C.
Si trovano inoltre tessuti a Çatalhöyük, un sito archeologico turco situato in Anatolia centrale, nella pianura di Konya, sulle rive del fiume Çarşamba, che testimoniano l’esistenza di tessuti a trama semplice risalenti a circa 7.000 a.C.
Ed è proprio nei dintorni di Konya che un archeologo britannico, James Melaart, scoprendo negli anni ’60 affreschi che mostrano sorprendenti somiglianze con i kilim, ipotizza che quest’arte del tessere risalga agli inizi della domesticazione della pecora, 8.000 anni prima della nostra era. Gli esperti continuano ancora oggi a discuterne… ma i kilim antichi si vendono a prezzi d’oro.
I primi kilim ritrovati risalgono al XIII secolo. Tessuti principalmente (la parola kilim significa infatti «tessuto») a uso domestico dalle donne delle tribù nomadi, venivano talvolta utilizzati come dote della futura sposa.
In Francia, la moda dei kilim si deve a Henri Daumas, che li scopre durante un viaggio in Libano e non smette di viaggiare in Turchia, paese fondamentale per il kilim, per riportarne pezzi straordinari.
Nel 1972 apre con la moglie Jacqueline uno spazio a Parigi, la galleria Triff, per esporli per la prima volta nella capitale francese. Rilevata nel 2007 dal figlio Éric e dalla moglie Nathalie, al 13 boulevard Raspail nel VII arrondissement di Parigi, la galleria si è a lungo dedicata a valorizzare il colore e la materia di questo “oggetto” millenario, prima di chiudere i battenti… continuando però a portare avanti la passione per il kilim sul sito https://www.triff.com e su Instagram.
IL TAPPETO DI MARBY
La strada del tappeto ci conduce ora nel nord Europa. Siamo a Stoccolma, nel suo museo storico. Naturalmente non è nelle sale più visitate, quelle dedicate all’oro e ai Vichinghi, che vi portiamo. No! Ma nelle sezioni dedicate ai tessili. Qui si può ammirare un vero gioiello, testimonianza dell’amore profondo che l’Occidente nutriva per l’Oriente… fino alla Svezia! Il tappeto di Marby.
Annodato a mano nel XV secolo nelle pianure dell’Anatolia, in Turchia, fu ritrovato nel 1925, in due pezzi, nella chiesa abbandonata di un piccolo villaggio chiamato Marby, nella provincia del Jämtland.
Come sia arrivato lì, in una chiesa abbandonata? Mistero! Così come resta oscuro il suo arrivo in Svezia… Si ipotizza che sia giunto nella casa principesca degli Holstein-Gottorp per far parte del corredo della futura regina Edvige Leonora, prima del suo matrimonio nel 1654 con Carlo X Gustavo. Che fortuna, questa Edvige!
Appartiene probabilmente alla famiglia dei tappeti a tema animale, realizzati secondo la tradizione del primo periodo ottomano in Anatolia, e raffiguranti, all’interno di un ottagono su fondo color avorio, uccelli stilizzati rossi tra motivi arborei.
The Mysterious Carpet – Historiska Museum
IL TAPPETO DI MANTES
E ora, dopo le favolose avventure del Pazyryk, dei tappeti di Ardabil e dei kilim, ecco la non meno straordinaria e curiosa storia del tappeto persiano di Mantes.
Datato al XVI secolo, viene ritrovato intorno al 1910 nella cappella della Collegiata di Mantes. Sì, proprio Mantes, nella regione parigina. Ma in condizioni molto precarie. Pare infatti che fosse stato utilizzato come isolante contro il freddo, per non dire come straccio, durante i lavori della cappella.
Ma come è arrivato dalla Persia fino a Mantes? Le ipotesi sono diverse. Forse tramite una delle ambasciate francesi in Persia? Oppure potrebbe essere appartenuto alla duchessa di Berry, che fece dono di numerosi tappeti a questa città del dipartimento degli Yvelines. In ogni caso, la vicenda suscitò grande interesse nei circoli dell’epoca.
Oggi questo tappeto, con medaglione centrale stellato che raffigura una scena di combattimento con fenice e drago attorno a quattro pantere, riposa tranquillamente nella sezione delle arti dell’Islam del Museo del Louvre.
Dipartimento delle Arti dell’Islam – Louvre
IL TAPPETO DI ABU DHABI
Il nostro viaggio nei paesi dei tappeti “star” era iniziato con il più antico del mondo. Si conclude negli Emirati Arabi, con il più grande tappeto mai realizzato, progettato dall’artista iraniano Ali Khaliqi per la moschea di Abu Dhabi.47 tonnellate, 5.700 metri quadrati, grande quanto un campo da football americano e realizzato da 1.200 artigiani. Tra questi, numerose tessitrici iraniane e più di 50 operai. Non meno di questo.
Per tessere 2,2 miliardi di nodi, a partire da 25 colori ottenuti da coloranti naturali, e utilizzando 38 tonnellate di lana e cotone.
I TAPPETI IRANIANI
Ma, oops, questo viaggio — per quanto incompleto — commetterebbe una grave dimenticanza se non passasse dalla città di Isfahan (Isfahan, in arabo), in Iran.Capolavoro di architettura, la città è senza dubbio una delle più raffinate dell’intero mondo musulmano e rappresenta con ogni probabilità la culla, la “Rolls Royce” del tappeto.Entrare nei laboratori della città dove ancora oggi si producono tappeti di fama mondiale significa assaporare le delizie d’Oriente così come le amava il pittore Eugène Delacroix. Lui che scriveva nel suo diario: «I più bei dipinti che abbia mai visto sono certi tappeti di Persia».

Episodio 2
QUANDO I TAPPETI LASCIANO LE TERRE DEI NOMADI
Vanno così a ornare i palazzi dei grandi signori d’Oriente. Tessuti in seta e velluto, talvolta arricchiti da fili d’oro, offerti ai diplomatici o riportati dai cavalieri di ritorno dalle crociate, stupiscono l’Occidente.
A partire dalla fine del Medioevo, i mercanti veneziani e genovesi ne fanno infatti un grande commercio e i tappeti d’Oriente diventano una vera moda in tutta Europa. È il massimo del raffinatezza! Diventano persino protagonisti nei dipinti dei pittori veneziani e fiamminghi. Ma troppo preziosi per essere posati a terra e calpestati, vengono a lungo usati per coprire mobili e pareti delle grandi case, prima di diventare veri e propri “tappeti da pavimento”.
In Francia, corte e nobiltà ne acquistano a caro prezzo, non riuscendo a trovare sul posto artisti e artigiani in grado di competere con le morbidezze del Levante. Spese faraoniche che Enrico IV di Francia e Luigi XIII di Francia, insieme a Jean-Baptiste Colbert, vorrebbero contenere. Ci riusciranno nel 1627 con la creazione di una prima manifattura.
Fino al XIX secolo, i tappeti d’Oriente non smettono di far sognare, ma la domanda cresce e la produzione fatica a soddisfarla. La rivoluzione industriale arriva quindi al momento giusto. Dopo varie evoluzioni dei telai, la vera svolta è opera di un lionese, Joseph-Marie Jacquard, che dà il suo nome al telaio che mette a punto nel 1801.
Se da un lato questa invenzione democratizza i tappeti, dall’altro riduce notevolmente il bisogno di manodopera e provoca nel 1831 la celebre rivolta dei canuts, gli operai tessili di Lione.
Nello stesso periodo si iniziano a introdurre anche coloranti sintetici per accelerare il processo di tintura. Costano meno, ma i colori perdono brillantezza e il tappeto parte del suo fascino.
Episodio 3
Dagli anni ruggenti, il tappeto ritrova il suo prestigio – Le giovani del Bauhaus ed Eileen Gray

All’indomani della Grande Guerra, si vuole il nuovo, uscire finalmente dal XIX secolo. Da semplice elemento decorativo e borghese, il tappeto diventa un’opera centrale.
In particolare con Eileen Gray, grande figura dell’Art Déco, oppure in Germania con il movimento d’avanguardia del Bauhaus e le sue artiste e tessitrici, come Anni Albers e Otti Berger.

Anni Albers e Otti Berger
Parlare di tappeti contemporanei senza il Bauhaus sarebbe impossibile
Come si potrebbe parlare di tappeti contemporanei dimenticando gli artisti-artigiani del Bauhaus, movimento artistico e sociale interdisciplinare fondato dal designer tedesco Walter Gropius nel dopoguerra della Prima Guerra Mondiale?
Per arricchire il suo studio, Gropius invita artisti e designer a creare tessuti e apre veri e propri laboratori di tessitura a Weimar, Dessau, Bernau e infine Berlino. Qui si applica pienamente lo spirito del Bauhaus: si insegna, si impara e si produce con le proprie mani. L’artista è quindi anche artigiano. Si pone davanti al telaio, si confronta con la materia e con i problemi tecnici, e realizza mentre crea.
Così, tra gli anni ’20 e ’30, un’intera generazione di artiste si appassiona al tappeto. Spesso si tratta di donne: Anni Albers, Benita Koch-Otte, Margaretha Reichardt, Gunta Stölzl e Otti Berger. Le chiamano “le ragazze del Bauhaus”. Va detto che le donne artiste venivano sistematicamente indirizzate verso l’atelier di tessitura (sic!).
Anni Albers mescola materiali tradizionali e industriali, combina carta, cellophane e juta per ottenere effetti sempre nuovi e spinge la ricerca fino a creare un tappeto capace di riflettere la luce e assorbire il suono. Una vera precorritrice. Fuggendo dal nazismo, si esilia nel 1933 negli Stati Uniti. È una delle rare donne del Bauhaus ad aver conosciuto la fama in vita, esposta anche nel 1949 al Museum of Modern Art.
Quanto a Otti Berger, quando lascia il Bauhaus nel 1932 per fondare il proprio atelier di ricerca tessile, poco prima che il movimento stesso venga chiuso dai nazisti, non immagina ancora che le sarà presto proibito lavorare e che verrà deportata ad Auschwitz, dove sarà uccisa.
Più vicino a noi, saranno designer come Eileen Gray o artisti come Picasso, Miró, Sonia Delaunay e Bacon a riappropriarsi dello spazio creativo del tappeto e va detto che Bacon era stato designer e decoratore prima di diventare il pittore che conosciamo.

Eileen Gray
Se ci si infilasse nei depositi del Musée des Arts Décoratifs e si cercasse di capire cosa si nasconde sotto il numero d’inventario 41971, lo si indovina subito: è un tappeto!
Una creazione di Eileen Gray, tra le più celebri, il Tapis Méditerranéen. Insieme al modello De Stijl, un tessuto a mano in lana della Nuova Zelanda in cui, su fondo écru, si distinguono un cerchio beige, linee perpendicolari nere e un quadrato blu marino.
Questa architetta e designer, che aveva abbandonato la sua famiglia aristocratica irlandese per stabilirsi a Parigi, dove vivrà fino alla morte nel 1976, venne riscoperta alla fine degli anni ’70 da Yves Saint Laurent e da Andrée Putman, un’altra grande figura del design, alla quale si devono le celebri scale mobili a scacchi bianchi del Bon Marché a Parigi. Non è quindi un caso che diversi tappeti di Eileen Gray siano stati rieditati da Ecart International, la maison di riedizione di Andrée Putman.
Con Eileen Gray, il tappeto, scomparso dopo la rivoluzione tessile del XIX secolo, riemerge in forma decisamente astratta. Tutto inizia nel 1908, durante un soggiorno nell’Atlante marocchino con la sua amica d’infanzia Evelyn Wyld. Lì impara a tingere e tessere la lana. Insieme alla lacca, il tessile diventa una delle sue grandi passioni, che la porta ad aprire un laboratorio di tessitura al 17 rue de Visconti, nel VI arrondissement di Parigi.
Tra gli anni ’20 e ’30 disegnerà una serie di tappeti, esposti poi alla galleria Jean Désert, aperta con la complicità del suo amico architetto Jean Badovici.
Certo, il boom della moquette negli anni ’50 cambia le carte in tavola e manda il tappeto in secondo piano. Solo gli hippie, negli anni ’70, riusciranno a salvarlo, innamorati dei tappeti greci a pelo lungo, i flokati, e dei kilim riportati dai mercati di Kathmandu.
Il tappeto diventa allora meno “fuori moda” e torna a farsi spazio. Addio alla moquette? Quasi. Anche perché il tappeto ha un alleato importante: la salute. Gli acari e le allergie causati dalle moquette favoriscono infatti il ritorno dei tappeti sui pavimenti. E con loro, una nuova stagione di creatività per artisti e designer. E vedrete: è sorprendente quanto il tappeto continui a ispirarli.

Episodio 4
Silenzio, si tesse alla manifatture dei gobelins
Ma torniamo ai tempi antichi, quando i tappeti d’Oriente facevano sognare l’Europa
Ma torniamo ai tempi antichi, quando i tappeti d’Oriente facevano sognare l’Europa e spingevano le corti reali — in particolare quella francese — a spendere somme enormi.
Ma come ridurre queste spese sfarzose per tappeti di cui il sovrano e la corte hanno tanto bisogno?
Enrico IV di Francia, il “buon re”, quello che mise fine a decenni di divisioni religiose e al quale si deve il celebre “Parigi val bene una messa”, ha un’idea brillante: far produrre queste meraviglie in Francia.
Nel 1601 fa allora installare a Parigi, nel faubourg Saint-Marceau (oggi Saint-Marcel), degli atelier di tappezzeria diretti da due tessitori fiamminghi, Marc de Comans e François de la Planche.
Lì, dove fin dal XV secolo un certo Jehan Gobelin, tintore di lana famoso per i suoi rossi scarlatti, affittava un mulino presso la Bièvre, chiamato il Moulin des Gobelins — con una “s”, perché tutti i membri della famiglia erano tintori di generazione in generazione.
Poi, nel 1606, lo stesso Enrico IV crea nelle gallerie del Museo del Louvre laboratori di artisti e artigiani specializzati in tappeti “alla maniera di Persia e del Levante”.
Successivamente, è suo figlio, Luigi XIII di Francia, a proseguire l’opera del padre, installando atelier sulle rive della Senna ai piedi della collina di Chaillot, negli edifici di un’antica fabbrica di sapone: da qui il nome “Savonnerie”, che verrà poi dato agli atelier della manifattura di Parigi e di Lodève e che, ancora oggi, indica i tappeti realizzati con la tecnica del nodo, detta “alla turca”.
Infine, nel 1662, gli atelier parigini diventano proprietà della Corona e alcuni vengono riuniti, per decisione di Colbert, in un unico luogo: la Manufacture des Gobelins.
Il suo primo direttore, il pittore del Re Sole Charles Le Brun, vi fa lavorare una vera e propria fucina di pittori, tappezzieri, ma anche fonditori, orefici ed ebanisti. È l’apogeo delle grandi tappezzerie, tra cui la celebre serie de La Storia di Mosè, tessuta intorno al 1685 sui telai a alta liccia dei Gobelins, dove i pittori della manifattura traducono in arazzi otto dipinti di Nicolas Poussin e due di Charles Le Brun.
Essa appartiene alle collezioni del Mobilier national.
Nel 1663 Colbert riorganizza anche la Savonnerie, sempre sotto la direzione di Charles Le Brun. Specializzata nella tessitura di tappeti a pelo, viene annessa dal 1826 al sito dei Gobelins e possiede un’unità anche a Lodève.
Quanto alla Manifattura nazionale di Beauvais, che realizza arazzi a bassa liccia su telaio orizzontale, viene creata da Luigi XIV nel 1664, strategicamente situata sulla strada delle Fiandre per contrastare le importazioni fiamminghe.
Dal 2025, le tre manifatture nazionali — Gobelins, Beauvais e Savonnerie — sono riunite in un unico ente pubblico chiamato Mobilier national, che raggruppa anche altri gioielli dell’eccellenza francese nei mestieri d’arte, nel design e nelle arti decorative.

La Manifattura reale di Aubusson
Fondata nel 1751 nel dipartimento della Creuse, diventata oggi la Cité internationale de la tapisserie, realizza numerosi tappeti e moquette di alta gamma per l’hôtellerie di lusso, il settore ferroviario e marittimo e per le istituzioni.
Già iscritta all’Inventario del patrimonio culturale immateriale in Francia, la Tapisserie d’Aubusson ha recentemente ricevuto un ulteriore riconoscimento: nel 2021, anche i suoi lissiers sono entrati nell’Inventario, o meglio il loro savoir-faire.
Il sito è così ricco di riconoscimenti. Figurava già nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’UNESCO ed era stato insignito del marchio EPV – Entreprises du Patrimoine Vivant. Non è tutto. È da alcuni anni protetto anche da un altro marchio, una vera arma contro le contraffazioni: l’IGP, Indicazione Geografica Protetta. Perché l’eccellenza costa cara e, a circa 6.000 euro al metro quadrato, suscita molte invidie poco scrupolose.
Alla Manufacture des Gobelins si tessono ancora oggi copie di quei tappeti d’Oriente che hanno fatto sognare pittori e scrittori come Delacroix, Holbein, Lotto, Chateaubriand, Oscar Wilde, Edgar Allan Poe e persino Freud, che li aveva ovunque, fino al suo celebre divano.
Ma oggi, nei due atelier della Manufacture des Gobelins, a Parigi e a Lodève, si lavora soprattutto su cartoni di creatori contemporanei come Matali Crasset, Frédéric Ruyant, Sam Baron e molti altri designer.
Matali Crasset: il suo tappeto omaggio all’utopia di Ledoux e il tappeto Roots
Quali storie si nascondono sotto questi tappeti?
Quali storie si nascondono sotto questi tappeti? Tra parentesi, è proprio alla Manufacture des Gobelins che il tappeto Hommage à l’utopie de Ledoux è stato tessuto. Un modo per Matali Crasset di voler mettere l’utopia ai nostri piedi, o di dire che l’utopia è sempre stata sotto i nostri piedi?
Quella a cui si ispira è precisamente l’utopia di Claude-Nicolas Ledoux, uno dei primi grandi pensatori dell’utopia in architettura, a cui l’opera rende omaggio.
L’utopia in architettura, il grande architetto dell’Illuminismo ha iniziato a costruirla ad Arc-et-Senans. In questa località del Giura si trovano ancora oggi le Saline reali, uno stabilimento industriale per lo sfruttamento del salgemma della Franca Contea, creato sotto Luigi XV e progettato da Ledoux, insieme alla sua città utopica che aveva immaginato attorno all’impianto.
Ledoux sogna di costruire un mondo migliore e immagina edifici in cui gli abitanti possano circolare in modo conviviale, incontrarsi, imparare, divertirsi, ridere… Aveva previsto tutto: la scuola, l’ospedale, il municipio, l’agorà, ecc. L’avrebbe chiamata “la città ideale di Chaux”. Ideale e capace di rendere le persone più felici. Vi avrebbe dedicato trent’anni della sua vita, dal 1773 fino alla sua morte nel 1806. Ma questa architettura che avrebbe dovuto rendere gli uomini più felici resterà incompiuta. Non così il tappeto di Matali Crasset!
Non lo è nemmeno l’altro tappeto, realizzato per l’editore italiano Nodus Rug, in lana e tessuto a mano da quattro tessitori in Nepal nell’arco di tre mesi. La designer francese, che ama definirsi una “designheureuse”, ha scelto di chiamarlo Roots. Qui si resta nel campo dell’utopia, ma con lui avere un albero in salotto non è più un sogno.

Episodio 5
Il tappeto, sempre al passo con Pierre Paulin, Élisabeth Garouste e Mattia Bonetti
Negli anni ’70, gli hippie riportano il tappeto alla ribalta, e i designer approfittano con entusiasmo di questa rinascita, come Élisabeth Garouste e Mattia Bonetti negli anni ’80.
Ma per Pierre Paulin è una storia d’amore più antica. Il designer francese ama il tatami. Affascinato dall’abitare tradizionale giapponese, già dagli anni ’50 pensa a un tappeto su cui ci si possa sedere.
Nel 1968 ne disegna dei progetti per l’editore americano Herman Miller. Non verrà mai realizzato. Ma poco importa: lo produce da solo per la sua casa di rue des Ursulines a Parigi.
E infine, alla fine degli anni ’70, il suo tappeto-seduta si sviluppa anche in verticale: sale sulla parete, si piega agli angoli e oscilla tra tappeto volante e tatami. È realizzato in lana, legno e PVC: una base in tela spalmata di PVC, quattro supporti angolari in compensato e laminato e un tappeto in lana.
Quanto a Élisabeth Garouste e Mattia Bonetti, decoratori, designer e artisti, sono in piena ascesa all’inizio degli anni ’80, soprattutto dopo aver immaginato le scenografie del Privilège, il ristorante della celebre discoteca Le Palace.
Figure di spicco di un movimento che rimette al centro la tradizione delle arti decorative mescolando artigianato e design, riscuotono grande successo creando per Habitat — primo promotore dell’idea che l’utile possa essere bello e il bello accessibile, secondo la filosofia del suo fondatore britannico Terence Conran — tappeti dal disegno contemporaneo, che tornano a dialogare con gli ornamenti delle arti decorative.
Così facendo si distaccano sia dall’orientalismo — allora dominante sul mercato — sia dall’estetica funzionale e minimalista che prevale in quel periodo. Vengono infatti soprannominati i “Nuovi Barbari”, dal nome della galleria En attendant les Barbares, al 35 rue de Grenelle a Parigi, fondata da Agnès Kentish e Frédéric de Luca, che li edita.
Più tardi, nel 1993, sempre per Habitat ma per un altro editore, Sam Laïk, realizzano un tappeto chiamato Tapis Rêverie, in lana tuftata e cesellata a mano su supporto di tela. Poi, prima di separarsi nel 2000, i due designer disegnano un tappeto in velluto, chiamato Diabolo, realizzato alla Manufacture de la Savonnerie e oggi conservato nelle collezioni del Mobilier national.
Da allora, il tappeto diventa un vero terreno di gioco per i designer. E poiché oggi si ama sedersi per terra e si è appassionati di arredamento e design, il tappeto esce definitivamente dal suo contesto borghese.


Episodio 4/1
Silenzio, si tesse. Alla cooperativa di Chichaoua, in Marocco, e negli atelier di tintura in Francia
A metà strada tra Marrakech e Agadir, la cooperativa delle tessitrici di Chichaoua perpetua l’arte millenaria della tessitura berbera, creando tappeti dai complessi motivi geometrici che raccontano le storie delle tribù amazigh.
Questa cooperativa femminile rappresenta un esempio di eccellenza nella tessitura tradizionale, contribuendo al tempo stesso all’emancipazione economica delle donne delle zone rurali. Qui lavorano quasi 200 donne. Questa attività offre loro una fonte di reddito stabile, preserva il loro stile di vita tradizionale e permette di trasmettere alle nuove generazioni il sapere della tessitura berbera.
Sui telai tradizionali realizzano tappeti decorati con motivi simbolici, nei quali ogni forma geometrica possiede un significato culturale preciso. I rombi proteggono; i chevron evocano l’acqua; le stelle simboleggiano la fertilità.
La lana viene filata e tinta secondo metodi ancestrali, utilizzando coloranti naturali — henné, zafferano, cocciniglia e indaco — che producono tonalità sottili e durature, capaci di evolversi armoniosamente con il tempo.
A Chichaoua, una pianta tintoria conferisce ai tappeti quella particolare tonalità di rosso, la stessa dei celebri pantaloni color “garanza” utilizzati dall’esercito francese fino al 1915.
Anche in Francia, in particolare nel Linguadoca ma non solo, alcuni laboratori continuano a preservare la tradizione dei colori naturali. Sulla tavolozza si trovano piante e insetti tintori: reseda, robbia, indaco, kermes, vite, melograno, zafferano e cocciniglia… tutti elementi che perpetuano un sapere antico, fatto di pazienza, materia e colore.

Episodio 5/1
Il tappeto, sempre al passo con i tempi: designer ispirati – I fratelli Bouroullec, François Mangeol e molti altri…
ÈÈ poco dire che i designer si siano impadroniti del tappeto, questo oggetto millenario del design. Sono così numerosi che citarli tutti trasformerebbe il vostro webmagazine Ledessousdesobjets in una vera e propria enciclopedia del tappeto…
Facciamo allora un po’ i campanilisti e cominciamo dai nostri connazionali. I Ronan Bouroullec e Erwan Bouroullec, per esempio. Non smettono di creare e reinterpretare il tappeto persiano con eleganza e sobrietà.
Tra i più noti, il Grape Carpet e il Tapis Losanges (per l’editore Nanimarquina) vi diranno sicuramente qualcosa. Qui gli artigiani pakistani non hanno risparmiato gli sforzi per combinare tredici colori e filare lana afghana, ottenendo tonalità uniche per ciascun rombo.
Ma attenzione: Nani Marquina, che pubblica e produce tappeti da quasi quarant’anni, è tanto rispettosa degli artigiani che li realizzano quanto dell’ambiente in cui vengono tessuti. La designer spagnola si è infatti posta l’obiettivo di fare del tappeto un autentico oggetto di design, mettendo al centro della produzione — realizzata in India, Pakistan e Nepal — i più elevati valori ambientali, culturali e umani.
L’ultimo progetto dei Bouroullec, Doblecara, come suggerisce il suo nome spagnolo (“doppia faccia”), è reversibile. Il lato A mostra con forza un disegno lineare molto espressivo, mentre il lato B propone una lettura più morbida e discreta.
L’Oriente non è mai lontano, naturalmente… e talvolta è persino molto vicino, come nel tappeto del designer François Mangeol (2010), grigio antracite e bianco, realizzato in pura lana della Nuova Zelanda, tuftato e scolpito a mano presso la manifattura di Moroges, in Borgogna.
Lo ha chiamato Occidorient, quasi un messaggio di armonia e l’incontro tra due simboli: il tappeto persiano, emblema dell’Oriente, e il Times New Roman, il celebre carattere tipografico dei nostri computer.
Così si scrivono nuove pagine e prendono forma nuove storie con designer come Christian Ghion, Christophe Pillet, Dean Brown, Frédéric Ruyant, Patricia Urquiola, Éric Gizard e molti altri.
E non si tratta sempre di oggetti di lusso. Molti hanno infatti creato tappeti più accessibili, come Vincent Olm o Cédric Ragot. Basti pensare al suo tappeto Reverb per Roche Bobois, che gioca con l’illusione ottica.

I tappeti, tessitori di storie, in omaggio alla natura
Con il suo tappeto Roots, Matali Crasset installava nel 2010 un albero nei nostri soggiorni. Oggi più che mai, la natura è una fonte inesauribile di ispirazione per designer, architetti e artisti.
Percorrere distese erbose, sentieri nascosti e terre fantastiche, viaggiare nel cuore di cieli spettacolari, universi interstellari e foreste oniriche semplicemente camminando sul pavimento del proprio soggiorno o della propria camera è possibile grazie alla magia di un tappeto.
Come Marycruz, un tappeto annodato in seta e lino intrecciato ideato dal pittore Hugo Toro. Un pezzo di alta gamma, prodotto in dodici esemplari dalla maison parigina Édition 1.6.9, i cui fondatori David e Olivier Aoute collaborano con il tessitore americano Jekus Staron.
La stessa maison ha inoltre prodotto i tappeti Écorce di Jean-Philippe Nuel e Sierra dell’interior designer canadese Nathalie Ryan, ispirato a fotografie scattate dai satelliti.
In queste creazioni il tappeto diventa molto più di un semplice elemento d’arredo: è un paesaggio, una narrazione, una finestra aperta sulla natura e sull’immaginazione.
I tappeti di Alexandra Kehayoglou, realizzati a mano nel suo atelier alla periferia di Buenos Aires utilizzando gli scarti dell’azienda di famiglia — la sua famiglia è il principale produttore di tappeti dell’Argentina — invitano a immergersi senza riserve nei paesaggi argentini della sua infanzia: prati verdeggianti, spiagge di sabbia fine, foreste lussureggianti e pampas sconfinati.
Molti ricordano il suggestivo allestimento della sfilata primavera-estate 2015 dello stilista belga Dries Van Noten sotto le vetrate del Grand Palais di Parigi. Quel tappeto in lana della Patagonia, lungo 48 metri, al tempo stesso bucolico e fantastico, calpestato dalle modelle prima che vi si sdraiassero per concludere la sfilata, era opera sua.
Il suo progetto più recente, Prayer Rugs, raffigura le impronte degli animali e le zone umide del Paraná, a cinquanta chilometri dalla capitale argentina, dove la biodiversità convive a fatica con le industrie del legno e della carta. Eppure la fiducia nella natura umana la spinge a trasformare questi tappeti in veri e propri quadri.
A Londra, Deirdre Dyson ama dire di dipingere tappeti. Sì, proprio così: la moglie del celebre James Dyson, inventore dell’aspirapolvere senza sacco, disegna anch’essa tappeti. Nessun rapporto di causa ed effetto, solo passione.
Ogni anno Deirdre Dyson immagina una nuova collezione tematica di tappeti realizzati a mano in Nepal, in pura lana tibetana e seta. Di recente ha presentato nove tappeti in cashmere e seta, sospesi tra terra e mare. Ancora una volta, riuniti sotto il titolo Graduation, le loro forme geometriche esplodono di colore come se fossero dipinti. Del resto, prima di diventare designer di tappeti, era pittrice, formata alla Byam Shaw School of Art e al Wimbledon College of Arts di Londra.
Anche lei, come molti dei suoi colleghi, è impegnata in una produzione responsabile ed etica, certificando tutte le sue creazioni attraverso il marchio internazionale GoodWeave, fondato nel 1994 dal premio Nobel per la pace Kailash Satyarthi.
Lo stesso vale per Jan Kath, designer con sede a Bochum, in Germania, nato praticamente nel mondo dei tappeti, dato che la sua famiglia ne commercia da generazioni. Affiliato al marchio STEP, che garantisce condizioni di lavoro eque, ha presentato nel 2020 la collezione Spectrum, un omaggio alle aurore boreali che ebbe la fortuna di osservare durante un volo dalla Mongolia alla Germania sopra la Siberia. Immagini così potenti da non averlo mai più abbandonato.
A Parigi, al Centre Pompidou, alcuni bambini e genitori ricordano forse lo spazio Station 0.2, che nel 2023 li invitava a riscoprire il tappeto da gioco attraverso Hilly, il tappeto super imbottito della designer Élise Fouin, creato nel 2011 per Tarkett.
Completamente gonfiabile, grazie a un sistema di alveoli che ne raddoppiano il volume e formano piccole colline, permette di sdraiarsi, rilassarsi e appoggiarsi comodamente.
Tappeto e natura formano decisamente una bella coppia, anche nelle creazioni del più celebre designer francese. Con il suo Somewhere El-S Carpet — prodotto da Cassina — un tappeto tuftato a mano in lana e viscosa, Philippe Starck rende omaggio all’intelligenza della natura e deposita sul pavimento della vostra casa un piccolo frammento di terra.
Episodio 4/2
Silenzio, si tesse alla manifattura di Moroges in Borgogna
Se i tappeti sono millenari, anche i telai lo sono. Gli archeologi hanno scoperto pesi da telaio in argilla che suggerirebbero come i primi telai verticali risalgano già al Neolitico.
Utilizzati fino al Medioevo, vengono poi progressivamente sostituiti nel XVI secolo da telai meccanici e successivamente automatizzati con schede perforate, inventati nel XVIII secolo da un francese di nome Jacques de Vaucanson, in attesa della vera rivoluzione…
Ma piano, non andiamo troppo veloci. Prima ci furono anche telai azionati dai buoi e poi quelli mossi da motori a vapore. In questo caso, la svolta arriva grazie a un inventore inglese, Edmund Cartwright.
Ma la vera rivoluzione è quella di un lionese che ha dato il nome al telaio che mette a punto nel 1801: Joseph-Marie Jacquard. Il suo sistema, ancora oggi utilizzato, sarà in parte all’origine della rivolta dei canuts nel 1831, nella regione di Lione.
Qui, alla manifattura di Moroges, i telai permettono sia la realizzazione di tessiture a pelo (velours) sia di tessiture piatte, con materiali molto diversi. La tessitura si esegue su telai tradizionali manuali, intrecciando fili di ordito e di trama secondo il ritmo scelto per ogni disegno.
Si lavorano materie naturali preziose: lana, cotone, seta, canapa, juta, ma anche bambù e rafia. Tutti questi materiali vengono trasformati in tessuti fatti a mano, annodati a mano e tuftati.
Tutto inizia nel 1958, quando André Juillet, ingegnere tessile, e la società svizzera Tisca Tiara si insediano in questa regione nel cuore dei vigneti della Borgogna per valorizzare il savoir-faire francese e sviluppano negli anni ’70 i tappeti tuftati a mano, una tecnica antica originaria della Cina.
I grandi designer, architetti e artisti sono tutti presenti: da Andrée Putman a Jean-Michel Wilmotte, da Pierre Paulin a Philippe Starck, fino all’audace architetto americano Peter Marino, senza dimenticare pittori come Piet Mondrian, Wassily Kandinsky e Keith Haring.
Ripresa nel 2010 da Odile Dhavernas con Antoine Six, la manifattura viene presto riconosciuta come eccellenza con il marchio Entreprise du Patrimoine Vivant.
Membro anche degli Ateliers de France e del comité Bellecour, la manifattura possiede un archivio unico di oltre 6.000 colori di filati: una palette straordinaria a disposizione di artisti e designer per realizzare campionature su misura, soprattutto con lane provenienti dalla Nuova Zelanda, considerate tra le migliori al mondo.
Non sorprende quindi che alcune delle firme più importanti del design francese — come Mathieu Lehanneur (autore della torcia e della vasca olimpica dei Giochi di Parigi 2024), Noé Duchaufour-Lawrance, così come gli interior designer Pierre Yovanovitch e Damien Langlois-Meurinne — scelgano Moroges.

Peter Marino
L’architetto americano per eccellenza delle grandi maison del lusso, dal look immediatamente riconoscibile — gilet di pelle e tatuaggi — è un esteta sorridente, ma esigente, e un creatore instancabile…
Molti dei tappeti della boutique Louis Vuitton sugli Champs-Élysées e dell’hotel Cheval Blanc Paris del gruppo LVMH sono stati disegnati da Peter Marino e tessuti alla manifattura di Moroges.

Keith Haring, una delle star dell’underground newyorkese degli anni ’80
Keith Haring è una delle grandi figure artistiche e impegnate della New York degli anni ’80, amico di Madonna e di Andy Warhol, e scomparso di AIDS nel 1988 all’età di 31 anni.
Anche lui realizza tappeti e perfino zerbini lavabili, alcuni dei quali disegnati e poi prodotti alla manifattura di Moroges.
Per rendere la sua opera accessibile al maggior numero possibile di persone, nel 1986 apre il primo “Pop Shop” nel quartiere di Soho a New York, proprio mentre sul mercato le sue opere vengono vendute a prezzi altissimi.
A Parigi si può ancora scoprire il suo murale monumentale (Tower), una superficie di 27 metri d’altezza per 13 di larghezza, realizzata nel 1987 nella scala di una clinica di chirurgia infantile, pensata “per divertire i bambini malati (…) ora e in futuro”.
Grazie al restauro effettuato nel 2017, sostenuto dalla sua fondazione — Keith Haring Foundation — e, sotto l’egida della Fondazione de France, anche dalla Fondazione Daniel e Nina Carasso — Fondation Carasso — il suo desiderio è stato mantenuto vivo e la sua opera continua a parlare alle generazioni successive.
Episodio 6
Novità
Il tappeto non smette mai di ispirare… e a volte le cose prendono davvero una piega inattesa.
Nel 2024, Yolande Milan Batteau, creatrice nota oltre Atlantico per i suoi rivestimenti murali e le carte da parati, realizza 18 tappeti prodotti in Nepal per la maison Tai Ping Carpets, con l’obiettivo dichiarato che le tecniche e i saperi ancestrali non vadano perduti.
Questa collezione in lana e seta, lino e mohair, con tocchi di lurex metallico, prende il nome del suo atelier newyorkese di carta da parati fatta a mano, Callidus Guild.
Vi ricordate la moquette del corridoio infinito nel film Shining di Stanley Kubrick? Era stata appositamente creata da David Hicks (1929–1998), celebre interior designer inglese degli anni ’60 e ’70, amante dei contrasti cromatici audaci e delle combinazioni tra antico e contemporaneo. Molte sue creazioni fanno oggi parte del patrimonio delle arti decorative.
Nel 2026, Carpet Society inaugura la collezione Les Iconiques, attingendo ai suoi archivi e riprendendo venti disegni del creatore.
Dal canto suo, la maison italiana cc-tapis ha lanciato Whisper, una collezione tribale, ipnotica e dal forte carattere mistico, creata da Scarlett Rouge, figlia di Michèle Lamy e legata a Rick Owens.
Il trio multiculturale del brand — Nelcya Chamszadeh, Fabrizio Cantoni e Daniele Lora — ama le personalità forti. Qualche anno fa avevano già dato carta bianca alla designer britannica Bethan Laura Wood, che aveva esplorato il rapporto tra falso e vero con la collezione Super Fake, una serie di tappeti che rappresentano gli strati geologici attraverso diverse tecniche di annodatura.
L’editore svedese Nordic Knots propone invece tappeti in lana naturale annodati a mano, ispirati a fregi antichi e ai tessili tradizionali scandinavi, rendendo omaggio alla stagione dello Swedish Grace, l’età d’oro del design nordico tra le due guerre, dove l’eleganza è discreta ma sofisticata.
In definitiva, pochi designer resistono al richiamo del tappeto. L’artista Gaspard Fleury-Dugy, solitamente autore di sculture in maglia, vi ha ceduto con la sua prima collezione Continuum, esposta alla galleria Chevalier & Parsua.
Ci sono poi coloro che non sono al primo tentativo e tornano a lavorare sul tappeto, come India Mahdavi, che ha appena pubblicato una collezione di kilim dal titolo Jardin Intérieur per la manifattura varoise di Cogolin.
E non si può dimenticare quello che molti chiamano l’enfant terrible della decorazione — più che altro un decoratore colto, barocco, eclettico e a tratti insolente — Vincent Darré, da scoprire nelle collezioni della maison Toulemonde Bochart, fondata nel 1949 e da sempre attenta a collaborare con grandi firme.
Nel passato, infatti, vi sono stati nomi come Hilton McConnico, Andrée Putman e Jean-Charles de Castelbajac. Di quest’ultimo, però, non si vedrà più la collezione Poseterre, tappeti ispirati a Rimbaud, Mao e al rock, venduti negli anni 2000 a prezzi molto accessibili (meno di 200 euro). Esauriti, oggi sono disponibili solo su misura.

Episodio 7
Attualità del tappeto ai più alti livelli
“Tesoro, reinventiamo i tappeti?”
Da quando, nel 1972, Centre Pompidou affidò al celebre designer francese Pierre Paulin la progettazione di diversi ambienti degli appartamenti privati dell’Palazzo dell’Eliseo, le opere di artisti e designer hanno fatto il loro ingresso ufficiale nei palazzi del potere.
È dunque su questo tono quasi leggero — “Tesoro, reinventiamo i tappeti?” — che Emmanuel Macron, al suo arrivo nel 2017, sceglie per il Salon Doré (ufficio dei presidenti della Repubblica fin dai tempi del generale de Gaulle, con l’eccezione di Valéry Giscard d’Estaing) un tappeto della manifattura dei Gobelins, tessuto nell’atelier di Lodève su progetto dell’artista Julien Gadair, Les Javels.
Successivamente, nel bureau d’angolo viene collocata un’opera di Claude Lévêque: un grande tappeto (3,83 × 5,48 m) in lana, tessuto tra il 2005 e il 2007 sempre ai Gobelins. L’opera deriva da un lavoro originario — un lampadario in cristallo illuminato da tre lampade sferiche su fondo nero — trasformato in tappeto, dove appare una costellazione di diamanti: Soleil Noir, un’allegoria della ricchezza della Francia.
Segue poi un tappeto di Pierre Alechinsky, originariamente una tela del 1983, trasformata in arazzo alla manifattura di Beauvais: Lavande, dove un intreccio vegetale incornicia una scena in bianco e nero con una figura equestre stilizzata.
Più recentemente, su incarico del Mobilier national e realizzato dagli atelier Pinton, un altro tappeto — Odyssée — occupa oggi la scala Murat che conduce all’ufficio presidenziale.
Ideato dall’artista Nathalie Junod-Ponsard, il progetto costruisce uno spazio percettivo in cui i riferimenti abituali vengono messi in discussione. La scala a tre rampe e i suoi pianerottoli giocano su gamme cromatiche sfumate, dal blu-viola intenso al ciano chiaro, dal blu oltremare al rosso, fino all’arancio: una vera esperienza immersiva.
Prossimamente: i tappeti del Municipio di Parigi.
Episodio 4/3
Silenzio, si tesse – nelle manifatture Tai Ping Carpets e Cogolin
Alla Tai Ping Carpets, i tappeti sono opere d’arte, come tele da osservare. Non lo smentirebbe certo Jeff Leatham, celebre floral designer e direttore artistico del Four Seasons George V di Parigi, che nel 2016 firma per il marchio cinese la collezione Bloom.
Una serie nata con l’idea di “far sbocciare tappeti che non ci si limita a guardare o calpestare, ma che invitano a fermarsi un istante, come davanti a un quadro, per sognare e percepire”.
I tappeti Tai Ping, realizzati in lana, seta, cashmere o cotone, arredano i pavimenti dei più grandi hotel del mondo: dai palazzi parigini come Ritz, Lancaster, Meurice, Royal Monceau, InterContinental e il bar del Plaza Athénée, fino agli hotel di lusso delle principali capitali internazionali.
Sono presenti nei Carlton, nei Four Seasons e nei grandi gruppi alberghieri globali, ma anche negli spazi di marchi del lusso come Hermès, Valentino, Prada, Burberry, Montblanc o Chanel. Spesso senza che chi li calpesta lo sappia, questi tappeti fanno parte dell’arredo di ambasciate, ministeri, senati, fino alla Casa Bianca, a Buckingham Palace e al Vaticano, oltre che in yacht, residenze private e jet.

Dietro questo successo c’è una storia di eccellenza artigianale e di espansione globale. Tutto inizia negli anni ’50 a Hong Kong con la famiglia Kadoorie, originaria di Baghdad e trasferitasi dopo le persecuzioni nel mondo ebraico del secolo precedente.
In una Hong Kong allora in forte sviluppo, i Kadoorie creano una catena di hotel di successo. La città, affacciata sul Mar Cinese e sulla foce del Fiume delle Perle, accoglie i rifugiati provenienti dalla Cina continentale.
È in questo contesto che nel 1956 nasce Tai Ping: una piccola impresa con un logo rimasto invariato, una tenda scossa dal vento, simbolo di precarietà ma anche di resistenza e solidarietà.
Una leggenda interna racconta la sua origine: negli anni ’50 un architetto americano commissiona un tappeto enorme, quasi 1000 m², per l’Opera di Los Angeles. Troppo grande per gli atelier dell’epoca, viene realizzato all’aperto sotto una grande tenda. Alla vigilia della consegna, un tifone minaccia il lavoro: gli operai restano tutta la notte a reggere la struttura per salvarlo.
Con il tempo arriva la modernizzazione. La tecnica del tufting a mano, lenta e complessa, rischia di essere soppiantata. Per evitare la perdita del sapere artigianale, nel 1970 l’ingegnere Anthony Yeh introduce un’innovazione decisiva: la pistola manuale per tufting, che accelera la produzione senza cancellare il lavoro manuale.
Un cambiamento rivoluzionario, che apre un dibattito tra tecnica e arte. Yeh risponde con una domanda provocatoria: “Rodin non è forse un artista anche se usa martelli e strumenti?”
Perché, in effetti, sono artisti a tutti gli effetti le maestranze che lavorano nei laboratori: mani esperte, sensibilità visiva, capacità di leggere il disegno e restituire persino la delicatezza di una rosa, senza confonderla con altri fiori.
Accanto a loro, progettisti e designer di fama internazionale collaborano con la maison: Philippe Starck, Patrick Jouin, Christian Ghion, Patricia Urquiola, Maurizio Galante con Tal Lancman, André Fu, Ramy Fischler, Arik Levy e Sam Baron.
E ancora Stéphanie Coutas, Yabu Pushelberg, Gilles & Boissier ed Elena Salmistraro.
Tra i primi grandi nomi figura anche Kenzo Takada. E non è un caso che oggi Tai Ping abbia una nuova vita parigina proprio nell’ex flagship store Kenzo in place des Victoires.
Per amore del tappeto, Tai Ping Carpets salva Cogolin
La storia della Tai Ping Carpets è tale da non poter rimanere indifferente alle difficoltà che vive, all’inizio degli anni 2000, la manifattura di Tapis de Cogolin, nella cittadina omonima del Var, nel golfo di Saint-Tropez.
Questa manifattura deve anch’essa la sua nascita, nel 1924, alla presenza di una forte comunità armena fuggita dalla Turchia, oltre che alla tradizione locale legata all’allevamento del baco da seta.
Nel 1928 viene acquistata dall’ingegnere tessile Jean Lauer che, insieme alla moglie Irma Lauer, modifica i telai Jacquard manuali. Originariamente destinati alla produzione di tessuti, vengono riconvertiti per la tessitura di tappeti.
Siamo nel pieno del boom dell’Art Déco, e il tappeto diventa al tempo stesso oggetto decorativo, innovazione tecnica e campo di sperimentazione estetica.
Nel 2010, Catherine Vergez è allora direttrice generale del marchio cinese in Europa e Medio Oriente. Non ha alcuna intenzione di assistere alla sua chiusura. Senza fare nulla. Anche perché quel gesto potrebbe trasformare Tai Ping Carpets in un impero…
Convince la sua dirigenza. Anche se creare e produrre un tappeto nel XXI secolo significa fare l’elogio della lentezza… La storia di Cogolin è il suo argomento migliore. Gli anni di splendore della manifattura del Var non possono scomparire del tutto. Né possono scomparire le firme dei più grandi decoratori e artisti dell’anteguerra e del primo dopoguerra, come Christian Bérard, Jules Leleu, Fernand Léger e Sonia Delaunay. Come David Hicks e Jean Cocteau.
Negli anni ’60, più di sessanta dipendenti tessevano tappeti annodati a mano sui telai Jacquard del XVIII secolo. Temendo l’arrivo del maestrale, che scompigliava il funzionamento dei macchinari… Nel 2010 erano rimasti poco più di una decina.
Arriva allora alla guida della manifattura Cogolin Sarah Henry, forse una delle americane più francesi che esistano. Amante del design, del patrimonio e dell’eccellenza artigianale, unisce con talento istinto artistico e senso del marketing, e riporta anno dopo anno la manifattura Cogolin tra le grandi case della creazione.
Dopo aver rilanciato il tappeto Nil, ideato dallo studio parigino Oud per la mostra Les Nouveaux ensembliers al Mobilier national di Parigi nell’autunno 2025, Cogolin reinterpreta l’universo di Christian Bérard, uno dei creatori simbolo della manifattura varoise, pittore, illustratore, scenografo e decoratore.
La collezione Idylle si arricchisce così di due nuove creazioni ispirate alle gouache di Bérard, tra cui un tappeto annodato a mano dal nome evocativo: Eloge.
Tai Ping e il designer Sam Baron
Per la celebre maison Tai Ping Carpets non c’è alcun dubbio: dal tappeto può nascere un sogno, e con il designer Sam Baron sono addirittura onde oniriche che si sprigionano all’infinito.
In passato, il designer aveva già fatto “volare” il tappeto. Era l’epoca in cui la maison cinese aveva sede nel cuore del vecchio Hôtel des Douanes, in rue Montalembert, nel 7° arrondissement di Parigi.
Sam Baron, allora direttore del dipartimento design della Fabrica — la “Villa Medici” del gruppo Benetton — aveva dato carta bianca a otto giovani talenti in residenza al centro di ricerca del gruppo a Treviso, in Italia.
A ciascuno di loro era stato affidato il compito di trasformare il tappeto classico secondo la propria fantasia, dando vita a From the Floor Up: un’installazione quasi paesaggistica, piena di poesia, in cui il tappeto si metamorfosa in gocce d’acqua, cascate, trompe-l’œil, tronchi d’albero e tende di edera. Una vera magia.
Oggi quella dimensione visionaria continua a prendere forma. In occasione del Salone del Mobile di Milano del 2022 nasce il progetto Florae Folium, con tre tappeti e più di cento colori. Un universo in modalità “maggiore”, ispirato alle arti decorative e al motivo floreale, tema ricorrente del lavoro di Sam Baron.
Poi, all’alba del 2026, viene presentata la serie Florae Folium Series: dieci pezzi in formato rotondo, quadrato e rettangolare, in cui si dispiegano petali, nervature, foglie, rami e pistilli.
Qui il tufting resta centrale, ma viene arricchito dalla tecnica del ricamo a sopraggitto applicata ad alcune parti del disegno. Il risultato è spettacolare: l’eccellenza artigianale della manifattura esalta pienamente i disegni ad acquerello del designer.
Episodio 8
Tappeti strabilianti, texture contemporanee e innovazioni
Come avrete capito, il tappeto non è più affatto un cattura-polvere né un’attività da nonne. Al contrario, ha attraversato tutte le avanguardie fino ai giorni nostri.
Prendiamo ad esempio il tappeto Vortex, realizzato nel 2014 alla Manufacture de Moroges dai designer Vincent Breed e Jean Piton (vedi episodio 4/2). Il primo è maestro vetraio, il secondo artista della luce: insieme hanno creato un tappeto fatto di luce e vetro. Una vera impresa.
Altri tappeti spettacolari: i tappeti “volanti di luce” del Louvre Abu Dhabi, il tappeto “Anthropocène” dell’architetto Philippe Rahm e i tappeti sensoriali di Felipe Ribon.
Ingegnere diplomato alla prestigiosa École des Mines e laureato all’ENSCI – École nationale supérieure de création industrielle – Ribon si è interessato ai fenomeni della coscienza, già utilizzati in ambito medico e creativo, in particolare dai surrealisti.
Lui stesso spiega: l’ipnosi non è mai stata esplorata nel campo del design industriale. Ha quindi lavorato per mesi per integrare una funzione ipnotica in oggetti d’arredo esistenti e accompagnare questo stato particolare, un fenomeno che il cervello attiva spontaneamente circa ogni ora e quarantacinque minuti.
Questi tappeti sensoriali, che aveva immaginato già più di dieci anni fa, mostrano come questo designer di origine colombiana continui a costruire legami tra innovazione e sogno, creando oggetti-messaggio che interrogano il ruolo del design nella costruzione del benessere umano.
Il tappeto Vortex di Vincent Breed e Jean Piton, maestro vetraio e artista della luce
Realizzato alla Manufacture de Moroges, il tappeto Vortex è un tappeto tuftato in lana della Nuova Zelanda, rifinito e scolpito a mano, con inserti di lenti in vetro incise e illuminato grazie a una fibra ottica tessuta all’interno della struttura.
L’integrazione di elementi in vetro retroilluminati all’interno di un tappeto rappresenta una vera innovazione: una prima assoluta.
Il vetro svolge qui una doppia funzione: diffondere la luce e proteggere la fibra ottica. La fibra ottica tessuta è inserita sotto il tappeto, permettendo di ottenere un tessuto micro-perforato che diventa esso stesso fonte luminosa.
In questo sistema, la fibra ottica collegata a una sorgente di luce genera un tessuto illuminante grazie a un processo brevettato. L’illuminazione “back light” dei blocchi di vetro è ottenuta tramite tessuti luminosi con illuminazione laterale integrata direttamente nel tappeto.
I tappeti volanti di luce del Louvre Abu Dhabi
Tappeti volanti usciti direttamente dalle Mille e una notte? Quasi.
Per illuminare il museo, Jean Nouvel si è affidato a 8’18’’, un’agenzia di progettisti e artisti della luce. L’intervento riguarda l’illuminazione interna della cupola, le “finestre virtuali” degli spazi pubblici, ma anche i tappeti volanti luminosi delle gallerie del museo, realizzati con vetri luminescenti.
Questi tappeti di luce sono identici e allo stesso tempo diversi da una galleria all’altra. Sì, avete letto bene: veri e propri tappeti volanti di luce.
Rémy Cimadevilla, dell’agenzia 8’18’’, spiega:
«Schermi luminosi fluorescenti a luce bianca neutra sono installati lungo il perimetro, poi un’illuminazione di rinforzo a LED bianco caldo si inserisce nella trama del tappeto di luce. Infine, l’illuminazione del soffitto avviene in due modi, in bianco freddo: una luce indiretta generale e una luce diretta. Questo permette di rivelare la texture dei diversi vetri scelti dall’architetto».
Questa impresa offre così al museo, come dice Jean Nouvel, “una vetrata in orizzontale”.
The Low-Effusivity Carpet, dell’architetto Philippe Rahm
Quando il design e il tappeto diventano una questione climatica
Con questo tappeto, l’architetto svizzero Philippe Rahm introduce nelle arti decorative un nuovo approccio: lo “stile antropocene”. Un modo di riportare al centro le arti decorative “di un tempo”, quando non erano solo decorative, prima delle energie fossili e prima del XX secolo.
Ne parla in un libro pubblicato da HEAD Publishing. Ha messo a punto un tappeto con la più bassa effusività termica. Ma cosa significa?
Lo spiega lui stesso: «Un tappeto serve a non avere freddo ai piedi, un arazzo a isolare le pareti, gli specchi a riflettere la luce».
Per Rahm, “oggi è la CO₂ a decidere che cosa è bello”.
Così il suo specchio rimanda la radiazione termica emessa dal corpo umano, e il suo tappeto non “assorbe” il calore del corpo, ma al contrario lo gestisce in modo diverso.
Spiega ancora: «Quando ci si siede sul pavimento o si appoggiano i piedi, il corpo è a contatto diretto con una superficie fredda in pietra o cemento. Inserendo un materiale a bassa effusività tra corpo e suolo, il trasferimento di calore rallenta. Il tappeto scambia calore con il pavimento e con il corpo a un ritmo molto lento, proteggendo il corpo dal raffreddamento per conduzione. Il tappeto diventa così una barriera contro il freddo del suolo».
Per saperne di più, si può consultare il libro di Philippe Rahm, Le Style anthropocène, pubblicato nel 2023 dalla HEAD – Haute École d’Art et de Design di Ginevra.
A SEGUIRE
Prossimo reportage: gli atelier Kvadrat
Episodio 4/4: Silenzio, si tesse nell’atelier della firma Kvadrat.
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